Prima esseri umani, poi (apprendisti) psicoterapeuti

Non tutti gli strizzacervelli stanno bene, questo è piuttosto noto, forse è anche lo stereotipo più conosciuto sulla categoria. Molti pensano che chi si iscrive a Psicologia lo faccia principalmente per conoscere se stesso e probabilmente sarà anche così. Personalmente il conoscermi non l’avevo prefissato come fine ultimo, anzi lo ritengo un effetto collaterale da una parte, una necessità per esercitare dall’altra, lo ritengo un mezzo inevitabile che piaccia o meno. Per questo motivo, già consapevole di aver bisogno di risolvere dei problemi, ho affibiato ad uno psicoterapeuta il compito di aiutarmi e non ho lasciato fare sicuramente solo al mio occhio poco obiettivo. Del resto non puoi chiedere ad un oculista di curare la propria vista.
Premetto che intraprendere una psicoterapia è un bell’impegno sia psicologico, che naturalmente di tempo ed economico, la mia scelta è stata obbligata in quel frangente e naturalmente non sono tenuta a spiegarla, almeno non qui.
Non è stato semplice capire quale psicoterapeuta fosse adatto a me, questo ha comportato anche qualche cambiamento. Inizialmente avevo consultato una psicologa, poi ne ho cambiate varie, finchè non sono arrivata ad intraprendere un percorso con lo psicoterapeuta attuale, che è anche psichiatra.
Il momento in cui dalla parte dei pazienti si sceglie di concludere una terapia è sempre complicato, soprattutto se è evidente che non si sta meglio. E’ sempre difficile dire la verità, come che non ci si trova bene con quello specialista, che non si sentono gli effetti positivi o una “restituzione”, che non ci piacciono determinati modi…eppure la cosa più apprezzata dall’altra parte è proprio la sincerità. In ogni caso, da inesperta quale ero anni fa, alla mia prima psicologa dopo la quarta seduta avevo detto che mi sentivo decisamente meglio e per quel motivo non volevo continuare. Per telefono. Brutta cosa, sentirselo dire per telefono per di più una cosa palesemente non vera, ma non ho saputo fare altrimenti. Un problema tipico è non riuscire a dirlo dal vivo, non riuscire a bloccare quell’incalzante “allora ci vediamo tra due settimane”, il non sapere neanche di preciso la motivazione per cui non si vuole continuare ma voler solo non sentirsi in colpa per aver interrotto così il lavoro e soprattutto aver paura che l’altro ti persuada a cambiare idea su ciò che con tanta fatica stai cercando di ottenere, l’interruzione, perchè si sa quando si cerca di essere gentili con mille giri di parole, vieni battutto da un maestro di dialettica e ti ritrovi a far ciò che non vuoi. Insomma ho inventato la classica balla per far sentire bene tutti e chiudere senza confrontarmi.
Con il senno di poi sono consapevole di aver fatto bene a non continuare perchè seriamente i suoi modi non mi aiutavano, ma so di aver interrotto male. Effettivamente non dovrebbe interessarmi questa cosa, perchè non avrò più a che fare con codesta persona, però non ho fatto a meno di ripensarci. Si da il caso che la sottoscritta e la sua ex psicologa abbiamo lo stesso medico di base e che la sottoscritta abbia vissuto un’ imbarazzante attesa di un’ora in sala d’aspetto assieme alla sua ex psicologa. Avevo da leggere e se all’inizio ho finto per qualche minuto di essere assorta nella lettura del mio libro, poi almeno mi è diventato naturale. Con la coda dell’occhio ho visto e capito che mi ha riconosciuta, sebbene negli anni io sia un po’ cambiata. Mi ha osservata. Poi a distanza di una mezz’oretta ho intravisto che guardava in basso.
Penso che lei che sicuramente conosca le dinamiche del transfert, essendo abilitata e con dell’esperienza, dunque che abbia perfettamente compreso perchè le cose siano andate così e non ci sia bisogno di spiegare nulla (tanto meno sarebbe stato utile farlo in un ambiente pubblico), fa parte della relazione terapeutica. Eppure mi ha fissata. Alcune possibili domande che si sarà posta saranno state “questa ragazza ha risolto ciò per cui si era rivolta a me? davvero non ero in grado di aiutarla? altri psicoterapeuti cosa hanno fatto con lei? Non mi saluta per non far sapere agli astanti che si è rivolta a me in passato o perchè non mi ha ritenuta capace e prova un senso di ostilità nei mei confronti?” . Io in quel mentre pensavo proprio a questo, a cosa si stesse chiedendo lei e a cosa lei pensasse che io sentissi. O forse eravamo entrambe consapevoli della situazione.
Una delle cose che spesso si attribuiscono agli specialisti della mente, una volta formati, abilitati e legalmente responsabili, è la qualità di essere in una certa misura più “maturi”, che conoscendo meglio le dinamiche della mente siano in grado di vedere sempre oltre alle apparenze, di essere buoni e comprensivi solo perchè hanno letto su alcuni libri che certe reazioni son dettate da determinati sentimenti. Si immagina anche che sappiano accettare tutto ciò che riguarda la natura umana senza crucciarsene ed ergersi come esseri superiori in grado di guardare il mondo con occhi sempre obiettivi perchè la loro autostima sia diventata intaccabile e inattaccabile, solida e robusta. Che i loro silenzi e le loro espressioni enigmatiche nascondano la verità sul proprio interlocutore e che la cautela nel non dire determinate cose sia sempre al fine di non danneggiare il suddetto, che tutto avvenga in funzione del benessere di entrambi e di un ambiente armonioso, sotto un controllo razionale e lucido.
La notizia è che non è così, non sempre. Lo è quando il rapporto è professionale, quando c’è un paziente e uno psicoterapeuta. Non è così invece, al di fuori di quel setting, questo lo si dimentica quasi sempre.
Un esempio lampante, capitato probabilmente a buona parte degli studenti della facoltà di Psicologia, si ritrova nel subire la classica uscita dei loro amici che si scandisce in poche semplici parole: ” non dovresti reagire così, tu che sei psicologo”. Una di quelle situazioni in cui incenerirei con lo sguardo. Solitamente mi limito a dire “prima di tutto sono un essere umano, con emozioni e problemi simili ai tuoi!” poi se si può buttare sull’ironico la classica battuta sul conto non guasta mai. Una battuta semplice che sottolinea che per certe cose serve un impegno, che non si è 24h su 24 a disposizione degli altri, che solitamente questo lavoro ha un riconoscimento in denaro e che quindi non si è tenuti ad essere in un modo anche fuori dal rapporto professionale.
Vogliamo ricordare che lo psicologo fuori dal setting resta una persona con i suoi difetti e i suoi limiti di sopportazione. Cosa impedisce ad una persona che conosce come trattare una situazione delicata di applicarsi nel privato per rendersi non solo più amabile ma anche per far sentire bene i suoi cari? Se per natura noi esseri umani abbiamo dei limiti, chi riesce ad applicare la capacità di assorbire e moderare le emozioni, di esser specchio di chiunque e riuscire a farlo costantemente facendone una deformazione professionale, ne risentirebbe nella propra salute mentale. Sempre di una soppressione si tratta, un negare ciò che ci si sente realmente di voler fare. Non è forse un caso che per controbilanciare ed evitare il burn out raggiunto un certo numero di ore di lavoro si vada a scaricare il peso da qualcun altro che ci prenda in carico, è logico e comprensibile dunque che nel privato si voglia perseguire la propria natura, si voglia esternare ciò che si sente e dar voce alle emozioni.

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