Una lingua in comune

Quel che ho notato nei rapporti con persone di altri paesi è che parlare in una lingua non nativa per entrambi ma sufficientemente conosciuta per comprendersi ne giova la qualità del rapporto.
Mi spiego meglio: quando si parla in una lingua che non è la propria, indipendentemente dalla padronanza che ne si ha, viene sempre applicato un filtro. Parlare un’altra lingua a lungo infatti, equivarrà in una certa misura uno sforzo. Noi esseri umani siamo normalmente abituati ad economizzare, perciò ci si renderà conto che a differenza di certe uscite impulsive che si farebbero nella propria lingua madre, non succederebbe lo stesso in un’altra lingua in cui è richiesto un minimo di impegno in più. Il meccanismo è piuttosto semplice, più inconscio, ma se vogliamo descriverlo è un po’ così: “Ne vale la pena dire a questa persona questo, che potrebbe essere frainteso? No, lasciamo stare. “.
Si diventa più attenti a ciò che si ha da dire sia nella forma che nei contenuti e il ponderare continuo causa sicuramente un miglioramento dei dialoghi e della percezione del rapporto.

Penso inoltre che in alcuni casi vi sia anche un altro elemento in gioco. Quando a relazionarsi sono due culture diverse, come si sa vi è maggiore apertura e comprensione, pensando di applicare gli stereotipi di una cultura al proprio interlocutore, sia i negativi che i positivi, si è più ricettivi nel notare se questi vengono confermati o meno. Vi è dunque una maggiore attenzione nelle esigenze dell’altro, non dando per scontato nulla.

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