Schiavi di se stessi…in coppia

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“You want to know why a girl acts crazy? Look at the guy she’s dating, then you’ll really see some crazy” Mike Tyson – How I met your mother

Niente di più falso, a mio avviso.
Una cosa che non comprendo di questa società, è il continuo attribuire il comportamento di una persona al proprio partner come se ne fosse fortemente condizionato, quando fino a prova contraria quel partner tanto “sbagliato” è frutto di una scelta.
Se ci si innamora di una persona è perchè quelle caratteristiche che poi credi di odiare tanto, in realtà ti tengono incollata a lei.
La solita tiritera: perchè le/gli piacciono gli/le stronzi/e? Una frase che può essere intesa come “gli piacciono le persone che purtroppo sono stronze” o “gli piacciono le persone che hanno la caratteristiche di essere stronze”. Ovviamente il secondo significato è quello che contiene la spiegazione.
Perchè non si ha amor proprio, perchè si pensa che la fatica sia più soddisfacente, che le storie drammatiche siano linfa vitale e volenti o nolenti quelle persone hanno bisogno di diventare isteriche per un nonnulla e dar brio ad una vita altrimenti vana. In passato è stata un’autocritica che mi ha resa più consapevole.
Molto più appropriata, è la seguente citazione: “Accettiamo l’amore che pensiamo di meritare” Professor Anderson – Noi siamo infinito
Potrei parlare di una mia relazione passata con un uomo dalla personalità narcisistica e fortemente manipolatore (ma ancora non mi sento pronta, son passati anni, ma mi evoca brutti ricordi), potrei parlare della relazione con un ragazzo vittimista, ove la sottoscritta passò per “la cattiva di turno”, oppure più brevemente del fatto che ogni errore di gioventù ha avuto un suo perché e che le cose non accadono mai per caso.
Non sono le persone “matte” che si avvicinano a te, ma tu che permetti a loro di farlo, di essere notate in quel determinato momento e a tua volta delle lenti che indossi e ti permettono di vedere chi, con le sue lenti, nota te. Poiché non possiamo controllare da chi essere notati, controlliamo chi notare noi. Direi che è il primo passo.
E no, ancora non è il momento di parlare delle mie relazioni passate.
Non sono sicura di volerlo fare, se da una parte è utile per capire come funzionano i meccanismi di certe relazioni tossiche, dall’altra è pur sempre qualcosa che mi crea un po’ di inquietudine, talvolta paura.
Purtroppo e per fortuna la strizzacervelli ha raggiunto l’equilibrio (e anche trovato l’amore 😉 ) anche se qualche fragilità è rimasta.

Nuove conoscenze – stream of consciousness

Non so chi tu sia, ci siamo sentiti, abbiamo parlato di tante cose, ma anche se c’incontrassimo, non saprei rispondermi. Ci veniamo incontro parlandoci in altre lingue, raccontiamo le nostre usanze, l’esperienza e i progetti, l’abitudine, ma la domanda resta: chi sei?

Andiamo d’accordo, siamo divertenti, il confronto è costruttivo, c’è rispetto, forse attrazione, non ci precludiamo niente e sappiamo qual è il nostro posto, ma dicevo: e tu chi sei?

Forse un giorno ci vedremo e avrò una risposta, forse coglierò il pezzo mancante o forse no, perché spesso non accade nemmeno in condizioni normali. E’ così bello farsi domande, il limbo prima delle sorprese belle e brutte. Bella è la voglia di fantasticare ed incarnare a vicenda il nostro ideale, cullarsi in domande benevole, nel piacere dell’avvicinamento senza però realizzarlo, la dolce attesa che va gustata fino in fondo; ma un’attesa senza fine non sappiamo se esista, le persone vanno avanti e dimenticano cosa sia la trepidazione vogliono farla diventare abitudine: i brividi non sono eterni. E pensando a quel giorno: io cosa posso offrirti nella vita?

Mal d’amore e rotture sentimentali

Oggi mi è venuto in mente un argomento caldo: le rotture sentimentali. Per la precisione la fine di una storia d’amore, se di questo si tratta. Caldo non perchè sia estate ma perchè riguarda più o meno tutti, perchè quando si vivono male vi è un trasporto emotivo e soprattutto perchè non passa mai di moda.

Personalmente mi sono chiesta perchè io non abbia mai incontrato uomini in grado di lasciare. Altre amiche si chiedono il contrario: il perché vengano sempre lasciate. Il discorso, devo specificare, non fa un distinguo tra i sessi: vale per tutti in qualsiasi ruolo ci si sia trovati (o si abbia scelto di trovarcisi).
Se le due casistiche si ripetono troppe volte con le stesse persone vi è una dinamica di natura patologica. Fondamentalmente le cause stanno in due passi falsi, uno è la scelta del/della compagno/a che si manifesta con tendenza a prediligere chi non vuole stare realmente con te (questo implica anche il contrario, potreste essere voi a non volere starci realmente e l’altro/a a scegliervi proprio perchè ritrova sicurezza in questo vostro sfuggire). L’altro passo falso si trova nei comportamenti nel corso della relazione, che conseguenza del primo, portano alla deriva. In altre parole sono comportamenti, che portano chi lascia, a cogliere la palla al balzo per liberarsi della relazione, la quale comincia ad andargli stretta. Talvolta portano a farsi lasciare per esaurimento dell’altro. Insomma in un modo o nell’altro queste dinamiche son più o meno le stesse nascoste in disparati racconti che sembrano non avere connessioni.

Ma la cosa che meno comprendo è la disperazione una volta che lasci. Quando la situazione è palesemente deleteria, quando le discussioni sono tante, quando ormai gli obiettivi son diversi e quando si sta più male che bene o anche solo non si è convinti, arriva il momento fatidico in cui nella coppia solo uno dei due ammette lo stato delle cose. L’altro/a nonostante tutto, sembra cadere dalle nuvole. Una cosa a cui non ho mai creduto, dal momento che la responsabilità è di entrambi. C’è sempre una persona propensa a prendersi le proprie colpe, esiste anche chi ipocritamente si attribuisce il surplus delle proprie colpe e di quelle dell’altro, così crea velatamente un ricatto verso chiunque voglia infierire.
In ogni caso difficilmente la rottura avviene di comune accordo.
Sono giunta alla conclusione che vi sia una sorta di formula: la personalità meno onesta con se stessa mirerà a proteggere sempre il proprio ego, soffrirà anche, realmente, non per la fine della storia ma solo per il senso di frustrazione per esser stata abbandonata. Nel caso estremo che si ritrovi a lasciare, scaricherà tutte le colpe sull’altro senza prendersene mezza o al contrario le prenderà tutte, per ottenere qualcos’altro in un secondo tempo, come la grazia e l’eterna adorazione e quindi la libertà di controllare l’ ex, specialmente se in lei prevale una buona dose di narcisismo che, senza demonizzare questa “etichetta”, per suo bisogno naturale tende ad agire così sempre restando nel caso che non sia in grado di comprendere i suoi desideri più atavici.
Chi invece è allenato ad ascoltarsi e a rispettarsi, ha una sana dose di amor proprio ma se lascia non infierirà con comportamenti di trascinamento, sarà comprensivo/a il giusto, se lasciato/a se ne farà una ragione molto velocemente perchè infondo sa che ognuno ha sempre ciò che si merita, nel bene e nel male.

Vorrei conciliare diversi concetti noti:
1) Per amare il prossimo bisogna amare prima se stessi: altrimenti si costruisce su fondamenta d’aria fritta.
2) Ama il tuo prossimo come te stesso (non di più e non di meno): se lo ami di meno merita di meglio e starci significherebbe essere sempre insoddisfatti, se lo ami più è una relazione tossica per te.
3) La serietà di una persona si vede non dagli obiettivi ma dalla coerenza delle azioni compiute per raggiungerli: quindi eliminiamo espressioni come “con il tempo” “un giorno farò” e cominciamo a parlare del presente, dei progressi personali e di coppia che concretamente si possono vedere, perchè la fiducia non si recupera più quando è troppo tardi. Quindi, perchè trascinare un rapporto infelice laddove si sa, non potete cambiare ?
4) Amare è una scelta: certo ci son fattori come attrazione fisica e mentale, senso di sicurezza e mille altri, ma raggiunta una certa età, l’amore è consapevole. Il vero amore è frutto di una maturazione. Il vero amore non deve limitare, non deve tarpare ali, non deve essere una beneficienza nè un martirio. Una scelta consapevole per cui ogni giorno ci si sceglie e quando le cose non funzionano, l’ultimo gesto d’amore è lasciar liberi, ognuno per la sua strada libero di trovare qualcosa che lo faccia sentire realizzato. Perché costringere se stessi a stare con qualcuno o giusto costringere qualcuno a restare? Non tralasciamo che non si può pensare di cambiare le persone.
5) I compromessi, una bella favola, ma molto limitata. Non significa che se per qualche motivo non si è d’accordo non si possa trovare un compromesso, è che questa cosa vi sta sfuggendo di mano. Come si può accettare qualcosa che va contro il proprio modo di vivere, i propri principi? Attenzioni quindi a non azzerbinare/si.
6)No alla gelosia una volta lasciati, se una persona non sta scegliendo voi, avete il dovere verso voi stessi di non scegliere lei (e viceversa), molto meglio tagliare e augurare che vada meglio per entrambi in futuro. Discorso utopistico per alcuni, forse, eppure è semplice: “me lo riprenderei? No. Allora il capitolo è chiuso.”. E’ questione di rispetto, coerenza = serietà.
7) Per lo stesso motivo, banditi i tira e molla, comportamenti molto irrispettosi causati da manipolazioni psicologiche per tenere sempre legate le persone, per cosa? per l’ego, ovviamente. Ad imparare a rinunciare ad una persona c’è un gran dispendio di energie ed elaborazione del dolore, quindi è giusto non tornare indietro e per lo stesso motivo è giusto pensarci bene prima di chiudere definitivamente.
Questo vale anche in ambito delle amicizie, sempre più frequente e attuale.

Mettendo insieme questi elementi, se solo venissero tenuti in considerazione tutti contemporaneamente, poiché interdipendenti, tanti dialoghi drammatici verrebbero evitati e dando una corretta motivazione alla propria sofferenza, non solo si affronterebbe meglio, ma sarebbe propedeutica ad una scelta più consapevole di partner futuri.

Prima esseri umani, poi (apprendisti) psicoterapeuti

Non tutti gli strizzacervelli stanno bene, questo è piuttosto noto, forse è anche lo stereotipo più conosciuto sulla categoria. Molti pensano che chi si iscrive a Psicologia lo faccia principalmente per conoscere se stesso e probabilmente sarà anche così. Personalmente il conoscermi non l’avevo prefissato come fine ultimo, anzi lo ritengo un effetto collaterale da una parte, una necessità per esercitare dall’altra, lo ritengo un mezzo inevitabile che piaccia o meno. Per questo motivo, già consapevole di aver bisogno di risolvere dei problemi, ho affibiato ad uno psicoterapeuta il compito di aiutarmi e non ho lasciato fare sicuramente solo al mio occhio poco obiettivo. Del resto non puoi chiedere ad un oculista di curare la propria vista.
Premetto che intraprendere una psicoterapia è un bell’impegno sia psicologico, che naturalmente di tempo ed economico, la mia scelta è stata obbligata in quel frangente e naturalmente non sono tenuta a spiegarla, almeno non qui.
Non è stato semplice capire quale psicoterapeuta fosse adatto a me, questo ha comportato anche qualche cambiamento. Inizialmente avevo consultato una psicologa, poi ne ho cambiate varie, finchè non sono arrivata ad intraprendere un percorso con lo psicoterapeuta attuale, che è anche psichiatra.
Il momento in cui dalla parte dei pazienti si sceglie di concludere una terapia è sempre complicato, soprattutto se è evidente che non si sta meglio. E’ sempre difficile dire la verità, come che non ci si trova bene con quello specialista, che non si sentono gli effetti positivi o una “restituzione”, che non ci piacciono determinati modi…eppure la cosa più apprezzata dall’altra parte è proprio la sincerità. In ogni caso, da inesperta quale ero anni fa, alla mia prima psicologa dopo la quarta seduta avevo detto che mi sentivo decisamente meglio e per quel motivo non volevo continuare. Per telefono. Brutta cosa, sentirselo dire per telefono per di più una cosa palesemente non vera, ma non ho saputo fare altrimenti. Un problema tipico è non riuscire a dirlo dal vivo, non riuscire a bloccare quell’incalzante “allora ci vediamo tra due settimane”, il non sapere neanche di preciso la motivazione per cui non si vuole continuare ma voler solo non sentirsi in colpa per aver interrotto così il lavoro e soprattutto aver paura che l’altro ti persuada a cambiare idea su ciò che con tanta fatica stai cercando di ottenere, l’interruzione, perchè si sa quando si cerca di essere gentili con mille giri di parole, vieni battutto da un maestro di dialettica e ti ritrovi a far ciò che non vuoi. Insomma ho inventato la classica balla per far sentire bene tutti e chiudere senza confrontarmi.
Con il senno di poi sono consapevole di aver fatto bene a non continuare perchè seriamente i suoi modi non mi aiutavano, ma so di aver interrotto male. Effettivamente non dovrebbe interessarmi questa cosa, perchè non avrò più a che fare con codesta persona, però non ho fatto a meno di ripensarci. Si da il caso che la sottoscritta e la sua ex psicologa abbiamo lo stesso medico di base e che la sottoscritta abbia vissuto un’ imbarazzante attesa di un’ora in sala d’aspetto assieme alla sua ex psicologa. Avevo da leggere e se all’inizio ho finto per qualche minuto di essere assorta nella lettura del mio libro, poi almeno mi è diventato naturale. Con la coda dell’occhio ho visto e capito che mi ha riconosciuta, sebbene negli anni io sia un po’ cambiata. Mi ha osservata. Poi a distanza di una mezz’oretta ho intravisto che guardava in basso.
Penso che lei che sicuramente conosca le dinamiche del transfert, essendo abilitata e con dell’esperienza, dunque che abbia perfettamente compreso perchè le cose siano andate così e non ci sia bisogno di spiegare nulla (tanto meno sarebbe stato utile farlo in un ambiente pubblico), fa parte della relazione terapeutica. Eppure mi ha fissata. Alcune possibili domande che si sarà posta saranno state “questa ragazza ha risolto ciò per cui si era rivolta a me? davvero non ero in grado di aiutarla? altri psicoterapeuti cosa hanno fatto con lei? Non mi saluta per non far sapere agli astanti che si è rivolta a me in passato o perchè non mi ha ritenuta capace e prova un senso di ostilità nei mei confronti?” . Io in quel mentre pensavo proprio a questo, a cosa si stesse chiedendo lei e a cosa lei pensasse che io sentissi. O forse eravamo entrambe consapevoli della situazione.
Una delle cose che spesso si attribuiscono agli specialisti della mente, una volta formati, abilitati e legalmente responsabili, è la qualità di essere in una certa misura più “maturi”, che conoscendo meglio le dinamiche della mente siano in grado di vedere sempre oltre alle apparenze, di essere buoni e comprensivi solo perchè hanno letto su alcuni libri che certe reazioni son dettate da determinati sentimenti. Si immagina anche che sappiano accettare tutto ciò che riguarda la natura umana senza crucciarsene ed ergersi come esseri superiori in grado di guardare il mondo con occhi sempre obiettivi perchè la loro autostima sia diventata intaccabile e inattaccabile, solida e robusta. Che i loro silenzi e le loro espressioni enigmatiche nascondano la verità sul proprio interlocutore e che la cautela nel non dire determinate cose sia sempre al fine di non danneggiare il suddetto, che tutto avvenga in funzione del benessere di entrambi e di un ambiente armonioso, sotto un controllo razionale e lucido.
La notizia è che non è così, non sempre. Lo è quando il rapporto è professionale, quando c’è un paziente e uno psicoterapeuta. Non è così invece, al di fuori di quel setting, questo lo si dimentica quasi sempre.
Un esempio lampante, capitato probabilmente a buona parte degli studenti della facoltà di Psicologia, si ritrova nel subire la classica uscita dei loro amici che si scandisce in poche semplici parole: ” non dovresti reagire così, tu che sei psicologo”. Una di quelle situazioni in cui incenerirei con lo sguardo. Solitamente mi limito a dire “prima di tutto sono un essere umano, con emozioni e problemi simili ai tuoi!” poi se si può buttare sull’ironico la classica battuta sul conto non guasta mai. Una battuta semplice che sottolinea che per certe cose serve un impegno, che non si è 24h su 24 a disposizione degli altri, che solitamente questo lavoro ha un riconoscimento in denaro e che quindi non si è tenuti ad essere in un modo anche fuori dal rapporto professionale.
Vogliamo ricordare che lo psicologo fuori dal setting resta una persona con i suoi difetti e i suoi limiti di sopportazione. Cosa impedisce ad una persona che conosce come trattare una situazione delicata di applicarsi nel privato per rendersi non solo più amabile ma anche per far sentire bene i suoi cari? Se per natura noi esseri umani abbiamo dei limiti, chi riesce ad applicare la capacità di assorbire e moderare le emozioni, di esser specchio di chiunque e riuscire a farlo costantemente facendone una deformazione professionale, ne risentirebbe nella propra salute mentale. Sempre di una soppressione si tratta, un negare ciò che ci si sente realmente di voler fare. Non è forse un caso che per controbilanciare ed evitare il burn out raggiunto un certo numero di ore di lavoro si vada a scaricare il peso da qualcun altro che ci prenda in carico, è logico e comprensibile dunque che nel privato si voglia perseguire la propria natura, si voglia esternare ciò che si sente e dar voce alle emozioni.