Pomeriggio piovoso e solitario

Piove e continuerà almeno fino a stanotte. I giorni uggiosi mi fanno venire voglia di ascoltare del jazz mentre sono alla scrivania. Forse trovo piacevole l’improvvisazione delle melodie poiché non ci sono improvvisazioni nelle sfumature di colore in cielo, ma solo un monotono grigiore.
Ho qualcuno da presentare, uno dei miei illustratori preferiti, Pascal Campion. Lo adoro: ritrae tanti momenti di vita, semplici, ma in cui mi ritrovo. Mi sa che non sarà la prima volta in cui terminerò un post con una sua opera. Lui mi comprende!

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Schiavi di se stessi…in coppia

psot
“You want to know why a girl acts crazy? Look at the guy she’s dating, then you’ll really see some crazy” Mike Tyson – How I met your mother

Niente di più falso, a mio avviso.
Una cosa che non comprendo di questa società, è il continuo attribuire il comportamento di una persona al proprio partner come se ne fosse fortemente condizionato, quando fino a prova contraria quel partner tanto “sbagliato” è frutto di una scelta.
Se ci si innamora di una persona è perchè quelle caratteristiche che poi credi di odiare tanto, in realtà ti tengono incollata a lei.
La solita tiritera: perchè le/gli piacciono gli/le stronzi/e? Una frase che può essere intesa come “gli piacciono le persone che purtroppo sono stronze” o “gli piacciono le persone che hanno la caratteristiche di essere stronze”. Ovviamente il secondo significato è quello che contiene la spiegazione.
Perchè non si ha amor proprio, perchè si pensa che la fatica sia più soddisfacente, che le storie drammatiche siano linfa vitale e volenti o nolenti quelle persone hanno bisogno di diventare isteriche per un nonnulla e dar brio ad una vita altrimenti vana. In passato è stata un’autocritica che mi ha resa più consapevole.
Molto più appropriata, è la seguente citazione: “Accettiamo l’amore che pensiamo di meritare” Professor Anderson – Noi siamo infinito
Potrei parlare di una mia relazione passata con un uomo dalla personalità narcisistica e fortemente manipolatore (ma ancora non mi sento pronta, son passati anni, ma mi evoca brutti ricordi), potrei parlare della relazione con un ragazzo vittimista, ove la sottoscritta passò per “la cattiva di turno”, oppure più brevemente del fatto che ogni errore di gioventù ha avuto un suo perché e che le cose non accadono mai per caso.
Non sono le persone “matte” che si avvicinano a te, ma tu che permetti a loro di farlo, di essere notate in quel determinato momento e a tua volta delle lenti che indossi e ti permettono di vedere chi, con le sue lenti, nota te. Poiché non possiamo controllare da chi essere notati, controlliamo chi notare noi. Direi che è il primo passo.
E no, ancora non è il momento di parlare delle mie relazioni passate.
Non sono sicura di volerlo fare, se da una parte è utile per capire come funzionano i meccanismi di certe relazioni tossiche, dall’altra è pur sempre qualcosa che mi crea un po’ di inquietudine, talvolta paura.
Purtroppo e per fortuna la strizzacervelli ha raggiunto l’equilibrio (e anche trovato l’amore ;) ) anche se qualche fragilità è rimasta.

Le persone riflessive

Il problema delle persone molto riflessive è che quando non hanno un problema vivono in un perfetto equilibrio ed armonia, hanno elaborato talmente bene le loro esperienze che riescono ad affrontare più o meno tante cose in maniera imperturbabile, diciamo pure che son diventate particolarmente resilienti. Quando invece hanno un problema, uno dei pochi che periodicamente si affacciano nella loro vita, fanno ciò che gli viene meglio, ovvero rifletterci.
Poi se hanno un blog finisce che ci scrivono raramente poichè fin quando è calma piatta trovano determinate questioni della vita talmente banali, che ci rinunciano: non avrebbe senso proporre delle ovvietà ai propri lettori nè tanto meno scriverle per se stessi, dato che ormai sono interiorizzate fino al midollo. Nel caso invece ci sia qualche turbolenza, stiamo ancora parlando di riflessivi, che finchè non hanno delle certezze non ritengono sia ancora il tempo giusto per esprimersi pubblicamente.
Ed è il mio caso che passo ciclicamente tra queste due condizioni e perciò ho sempre un buon motivo per non scrivere.
Anche se, ammetto, qualche volta come nubi minacciose mi son venuti in mente degli argomenti per i quali un mio parere potrebbe essere utile, ma sono argomenti talmente delicati che ho anche rimandato ad oltranza. Ma prometto, prima o poi “li esco”.

Piuttosto racconto di una quisquilia che mi ha tenuta occupata per qualche minuto.
Come tante persone, ho avuto le mie esperienze amorose e ho collezionato un numero, seppur ridotto ma sempre un numero, di ex. Un numero ridotto ma che non mi lascia in pace.
Per me, i miei personali ex non dovrebbero esistere, nel senso che dovrebbero uscire dalla mia vita senza il bisogno che mi ritrovi a parlarne come ex: qui da me non è cosa gradita.
Mi è successo per l’appunto che una ragazza, da quel che ho capito spasimante del mio ex che chiameremo D. mi ha contattata con l’intento di insultarmi. Un soggetto strano, che possiede un profilo pubblico in cui dispensa perle di umanità, saggezza e quant’altro.
Ovviamente insulti infondati, o suppongo fondati sulla realtà distorta che D. va raccontando alle ragazzine per farsi consolare. Attaccò anche con me, a suo tempo, anche se devo ammettere di esser sempre stata molto critica. Ad ogni modo oltre averle cortesemente risposto che non ha alcun titolo per sindacare sulle mie questioni personali con tanta presunzione, non essendo stata interpellata ed essendone totalmente estranea, le ho chiesto semplicemente cosa volesse nello specifico da me. Naturalmente nulla, seppi, tant’è che dopo svariati messaggi provocatori che mi ha puntualmente inviato e cancellato e che ho preferito ignorare, ha chiuso la conversazione scusandosi.
Non mi interrogo oltre, sull’infantilità di certi, forse la cosa per cui son rimasta male è l’errore di aver avuto in passato un’innamoramento per D. che ha permesso tutto ciò poc’anzi.
Pensavo giusto oggi a quante volte per sciocchezze e talvolta anche per serietà, ho preferito non alimentare un fuoco. Credo si tratti della famosa coerenza a cui tanto tengo. In questo caso trattasi della coerenza di non perdermi in determinate discussioni quando fin dal principio so di confrontarmi con il peggior sordo (quello che non vuol sentire, s’intende).
La coerenza di non voler sprecare il mio tempo e le mie energie. Se vogliamo anche una sana forma di pigrizia, che mi permette di cogliere la rilevanza di ciò che merita le mie attenzioni.
Quindi questo oggi voglio condividere, a tutti quelli che vogliono sentire, capire, ciò che secondo me è utile da sapere, è proprio questo: vivo bene anche perché son pigra e dedico i miei sforzi solo a chi li merita. Da lì, inizio a rispettarmi.

Una lingua in comune

Quel che ho notato nei rapporti con persone di altri paesi è che parlare in una lingua non nativa per entrambi ma sufficientemente conosciuta per comprendersi ne giova la qualità del rapporto.
Mi spiego meglio: quando si parla in una lingua che non è la propria, indipendentemente dalla padronanza che ne si ha, viene sempre applicato un filtro. Parlare un’altra lingua a lungo infatti, equivarrà in una certa misura uno sforzo. Noi esseri umani siamo normalmente abituati ad economizzare, perciò ci si renderà conto che a differenza di certe uscite impulsive che si farebbero nella propria lingua madre, non succederebbe lo stesso in un’altra lingua in cui è richiesto un minimo di impegno in più. Il meccanismo è piuttosto semplice, più inconscio, ma se vogliamo descriverlo è un po’ così: “Ne vale la pena dire a questa persona questo, che potrebbe essere frainteso? No, lasciamo stare. “.
Si diventa più attenti a ciò che si ha da dire sia nella forma che nei contenuti e il ponderare continuo causa sicuramente un miglioramento dei dialoghi e della percezione del rapporto.

Penso inoltre che in alcuni casi vi sia anche un altro elemento in gioco. Quando a relazionarsi sono due culture diverse, come si sa vi è maggiore apertura e comprensione, pensando di applicare gli stereotipi di una cultura al proprio interlocutore, sia i negativi che i positivi, si è più ricettivi nel notare se questi vengono confermati o meno. Vi è dunque una maggiore attenzione nelle esigenze dell’altro, non dando per scontato nulla.

Nuove conoscenze – stream of consciousness

Non so chi tu sia, ci siamo sentiti, abbiamo parlato di tante cose, ma anche se c’incontrassimo di nuovo, non saprei rispondermi. Ci veniamo incontro parlandoci in altre lingue, raccontiamo le nostre usanze, l’esperienza e i progetti, l’abitudine, ma la domanda resta: chi sei?

Andiamo d’accordo, siamo divertenti, il confronto è costruttivo, c’è rispetto, forse attrazione, non ci precludiamo niente e sappiamo qual è il nostro posto, ma dicevo: e tu chi sei?

Forse un giorno ci rivedremo e avrò una risposta, forse coglierò il pezzo mancante o forse no, perché spesso non accade nemmeno in condizioni normali. E’ così bello farsi domande, il limbo prima delle sorprese belle e brutte. Bella è la voglia di fantasticare ed incarnare a vicenda il nostro ideale, cullarsi in domande benevole, nel piacere dell’avvicinamento senza però realizzarlo, la dolce attesa che va gustata fino in fondo; ma un’attesa senza fine non sappiamo se esista, le persone vanno avanti e dimenticano cosa sia la trepidazione vogliono farla diventare abitudine: i brividi non sono eterni. E pensando a quel giorno: io cosa posso offrirti nella vita?